The big woof

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“Quando si sta per tentare un 270 di panca, le cose possono mettersi male in un baleno. Ho sbagliato per la seconda volta questo peso e qualcosa è andato come non avrebbe dovuto. “Stringi il bilancere” ho pensato, “Lascialo carico con quel peso”. Deve essere stato quel terzo tentativo fallito che ha messo fuori uso la mia spalla. A questo punto dovevo soltanto scoprire se fosse dolorante, danneggiata o fottuta per sempre.

Questo infatti è il modo in cui definisco i tre stadi di un infortunio. Quando fa male, non è un grosso problema. Per un powerlifter o qualsiasi atleta che si allena attraverso lo spostamento di carichi massimali è quasi del tutto normale provare dolore da qualche parte. Nella maggior parte dei casi questo semplicemente sparisce. Quando si danneggia qualcosa è invece richiesto un periodo di riposo e di riabilitazione. Le cose invece cominciano a mettersi male quando vi siete fottuti qualcosa. Generalmente questo è lo stadio quando le cose con il tempo non migliorano oppure infortuni del passato continuano a rifarsi vivi.
Dovevo capire in che stadio versavo.
Negli allenamento seguenti di panca non potevo far scendere il bilanciere senza che provassi dolore. Era come se qualcuno stesse infilandomi un coltello nel collo. Ho provato ad allenarmi
stringendo i denti e con carichi più bassi ma non c’era nulla da fare. Il dolore persisteva. Sapevo di stare nella linea tra “infortunato” e “fottuto”. Dopo 5 mesi decisi di farmi visitare da un medico.
5 mesi senza fare panca e soprattutto senza farla con carichi elevati non era certo una buona condizione; sapevo che si stava mettendo definitivamente male.
Mi dissero che avevo 4 protusioni e un sovraspinato che dovevano essere sistemati. L’intervento era fissato e stavo per andare sotto i ferri (ancora) in previsione di una migliore panca.
Mi chiedevo quanto ci sarebbe voluto per poter tornare ad allenarmi di nuovo; in passato, dopo lo stiramento di un pettorale ci volle più di un anno per battere di nuovo il mio record personale.
Durante l’accettazione in ospedale l’infermiera mi chiese come avessi fatto a farmi male.
Le dissi che era dovuto ad anni di “insistenza”. Vide nel mio file l’altro infortunio e mi chiese se anche l’altro era stato provocato dall’allenamento con i pesi. SI, risposi. A quel punto fece la domanda che in quella fredda camera d’ospedale con indosso solo una vestaglia aperta di dietro non riuscì più a togliermi dalla testa: PERCHE’ CONTINUI A FARLO?
Sorrisi fugacemente e fui accompagnato sulla sedia a rotelle in camera pre-operatoria.
Un intervento chirurgico ti fa sentire come un detenuto condannato a morte. La camera pre operatoria è l’ultimo passo prima di raggiungere la sedia elettrica. L’anestesista mi avvertì che stava per inserire un lungo ago dentro il mio collo. Era il più più lungo ago che avessi visto in vita mia e stava per trivellare i miei trapezi. Normalmente i dottori cercano una breve conversazione mentre ti stanno facendo delle cose dolorose, cosi anche questo mi chiese come avessi fatto a farmi male, e gli risposi.
Finì quello che doveva e disse: “perché continua a fare quello che fa nonostante sia in queste condizioni?”.
La stessa domanda due volte nell’ultima mezz’ora. Ci sorrisi ancora su, ma questa volta la domanda rimase dentro di me. Mentre mi portavano in camera operatoria vidi il chirurgo pronto e nonostante fossi semicosciente ebbi comunque la forza di chiedergli di prendersi cura di me.
Aveva la mia vita nelle sue mani dopo tutto. Mi rassicurò dicendomi che aveva fatto questo intervento un centinaio di volte e non aveva perso ancora nessun paziente. Perso nessuno? Cavolo, non stavo parlando della mia vita ma della mia capacità di fare la panca! Come faceva a non capire quanto fosse importante per me?
Mi dissero di contare al contrario partendo da 10: dieci, nove…ero alla deriva…otto…quella domanda girava nella mia mente…sette….perché faccio tutto questo?…sei………………andato.
…torno in palestra con la stessa domanda nella mia testa. Appena entro, sento un odore tipico del posto; una sorta di mistura di sudore, magnesio e olio canforato, lo stesso odore che trovate in tutte le palestre serie: l’odore del duro lavoro, della sofferenza, della disciplina. L’odore del coraggio. Per un vero pesista questo è l’odore di casa, del posto dove vuole essere. Ho pensato fra me e me: “potrebbe essere questo? Potrebbe essere questo odore il motivo di tutto?
Mentre aspettavo l’apertura della palestra alle 8.30 e mi scaldavo con l’olio canforato, sono arrivati i miei compagni di allenamento. Abbiamo scherzato, raccontato cazzate, fatto scommesse sull’allenamento. Durante il riscaldamento ho pensato se fosse per quello. E’ questo cameratismo con i miei compagni, il motivo di tutto?
Alle 8:30 l’atmosfera della palestra è cambiata da commedia ed amicizia in aggressione e guerra.
Il primo esercizio della sessione è quello più importante. Quello vero, l’alzata nella quale cerchiamo di battere di volta in volta il nostro record, quella per la quale uccidi o vieni ucciso. La musica è stata spostata dalla radio a qualcosa di molto più hardcore. DMX, AC/DC non importa quanto alto il volume. Ho cominciato a sentire il mio battito cardiaco aumentare e salire la voglia di aggredire il bilanciere. Ho visto quello sguardo aggressivo negli occhi di tutti i presenti. Se qualcuno fosse entrato in palestra in quel preciso momento non avendo idea di cosa stesse per accadere, scommetto che dopo un breve sguardo intorno avrebbe alzato i tacchi e sarebbe tornato in un secondo momento. Anche qui ho pensato: Potrebbe essere questo? La musica? Il lasciarsi andare a questa aggressività mirata?
Appena iniziati i movimenti di max effort di quel giorno abbiamo cominciato con dei pesi leggeri per passare poi a quelli “da coraggiosi”. Appena afferrato il bilanciere ho sentito il freddo acciaio tra le mie mani; la marcata zigrinatura ha dato un pò fastidio alle mie mani callose, mani che hanno passato una vita insieme all’acciaio. La sensazione, e l’eccitazione che ne ho ricevuto, è stata quella di passare subito ai pesi impegnativi, i pesi che solo alcuni raggiungono e solo quelli che sanno come sognare in grande ottengono. Potrebbe essere questo? Potrebbe essere la sensazione dell’acciaio il motivo per cui faccio tutto questo? Potrebbe essere l’allenamento sotto il massimo sforzo la ragione per quello che faccio? Potrebbero essere le urla di incitamento ed incoraggiamento dei miei compagni? O lo faccio per la rabbia e l’energia che solo un pesante allenamento con i pesi riesce a sprigionare?
Non appena tutti hanno finito le loro alzate, tocca a me. Dico loro che sono a posto per quel giorno, ma quelle parole continuano a trafiggermi come un coltello nella schiena. “cosa vuol dire, sei a posto? Carica un 25 e vai sotto il bilanciere”. A questo punto ho dovuto accordarmi con l’altro io per portare a termine il lavoro; Dave non è fatto per questo, ma il mio alter ego si. Lo chiamiamo Zippy, e Zippy porta a termine il lavoro quando Dave passa la mano.
Scavando dentro di me ho scoperto che lui ed altre persone si sono avvicinate al bilanciere e la concentrazione sull’obbiettivo ha cancellato ogni altra cosa intorno. Andando sotto il bilanciere ho sentito il cuore battere nel petto e l’aggressività e la rabbia andare ai massimi livelli. Appena staccato ho avuto la certezza che avrei spazzato via quel peso. Potrebbe essere questo? Potrebbe essere un peso che a prima vista è in grado di uccidermi a farmi fare tutto ciò? Potrebbe essere il sangue, le lacrime, il sudore dell’allenamento la ragione per cui faccio quello che faccio?
Ora sono ai nazionali IPA camminando nella zona riscaldamento. Si può sentire l’eccitazione crescere. Borse da palestra sono sparse ovunque. Juniors, masters, esordienti e pro tutti insieme. Lo sport del powerlifting ha posto per tutti e tutti stanno aspettando il loro momento del giudizio, il loro momento della verità. Se mi guardo intorno vedo gli amici che mi sono fatto nel corso di tutti questi anni e nuovi amici che ho conosciuto solo oggi e ancora mi chiedo se può essere per questo. Potrebbe essere che amo il ferro più di me stesso la ragione per cui lo faccio?
Ora sono in gara, nella zona riscaldamento, in attesa. Questo è il giorno per il quale ti sei allenato, il momento che ancora una volta, nessuno può portarti via e che mai potrà essere sminuito. Per un lifter questo è il momento dello splendore, il momento che determina se il lavoro fatto in palestra è stato fatto bene o no. Se non hai fatto bene i tuoi compiti, questo ti servirà come monito per quando le cose non vanno come devono; una lezione che può solo farti bene per il futuro.
Sono pronto adesso, ho solo un lifter davanti a me che si sta fasciando e sistemando per un grande squat. Io sono pronto per questa prova? La mia mente è nel posto giusto? Sono accerchiato da una mistura di incitamento e aggressività pura. Chiamano il mio nome ed è il momento di mettersi in moto. Qui è dove voglio essere. Questo è ciò per cui mi alleno. Ora dipende solo da me, nessuno può sollevare il peso per conto mio. La paura non è contemplata. Questo è il giorno in cui si sputa in faccia alla paura. E’ ora di far scorrere la rabbia.
Il peso mi ride in faccia appena mi appresto ad andare sotto al bilanciere, ma sembra leggero. Il gioco è già finito. So già chi sarà il vincitore oggi. Due secondi più tardi, con il naso pieno di sangue e le stelle negli occhi, metto il bilanciere sul rack e tre luci bianche si accendono. Un nuovo Record personale. Un peso che solo pochi anni fa sognavo di fare. Potrebbe essere questo? E’ questo il perché?
…qualcuno chiama il mio nome ancora, e ancora…e ancora. Il dottore.
Sono nella stanza di rianimazione con la mente obnubilata. Più tardi sulla via di casa, la risposta alla domanda mi colpisce come una tonnellata di mattoni: Io faccio questo, perché questo è quello voglio fare.
Non è la puzza della palestra, sono stato in molte e le amo tutte e non tutte hanno la stessa puzza. Non sono i miei compagni di allenamento. I compagni vanno e vengono. Non è il freddo acciaio del bilanciere; alcuni sono più spessi di altri, alcuni hanno meno zigrinatura mentre altri sono lisci da morire. Amo la sensazione che tutti danno.
Non è lo sforzo e non è la musica in palestra. La musica cambia col tempo ma la passione rimane la stessa. Non sono i vecchi e nuovi amici che incontriamo alle gare. Gli amici vanno e vengono, gli atleti lasciano e abbandonano lo sport. Non sono i record personali che vengono stabiliti in gara. Se questo fosse il motivo avrei lasciato già da tempo. In 20 anni di competizioni penso che ci saranno stati solo tre gare, nelle quali ho battuto dei record personali in ogni alzata.
Allora cos’è?
Perché faccio quello che faccio? Non è una cosa o un momento. E’ l’intero “processo” per il quale ho questa passione. E’ tutto li. Lo amo tutto nel suo insieme, ed è per questo che lo faccio.
Venti anni fa, un ragazzino tredicenne prese in mano una copia di powerlifting USA e sognò di avere il proprio nome fra i primi 10 in quelle pagine. In quei giorni la passione ebbe inizio e cominciò la sfida. Venti anni più tardi quel ragazzo non ha abbandonato i suoi sogni d’infanzia e ha messo un suo totale nei primi 10.
Quando qualcuno vi chiede perché fate quello che fate, sogghignate. Noi facciamo quello che facciamo perchè questo è ciò vogliamo fare. La nostra passione ha costruito il nostro carattere, ed il nostro carattere ci definisce come persone. Non perdete mai la vostra passione.”

Dave Tate

By Dave Tate  (Tradotto da EnricoPL)

ciao,

Guana